NECESSITÀ DI POESIA
Non rechi maraviglia ad alcuno una rivista nuova la quale viene, in apparenza, ad aggiungersi alla fungaia di carta periodica che, in questi mesi di dopo l'orrore, è allegramente spuntata sulle macerie. In realtà, non si aggiunge, essa, ma se ne distacca, e risolutamente anzi, per una sua immediata congenita ostilità a quella certa stampa che, attraverso i lenocini del rotocalco o le blandizie della tricromia, continua la coltivazione intensiva d'un mal seme diffuso dalla guerra deprecatissima. Appaia netto fin dal principio che la nostra non e la rivista che si pasce di cronaca nera, e nemmeno quella che accetta a mezzana di lubricità o delira per fanatiche competizioni sportive: abbiamo, in proposito, le nostre ben radicate idee e, per modo d'esempio, non ci caverà di testa nessuno che l'avere eccitato la frenesia delle folle per lo sport insino al farnetico collettivo sia responsabilità non al tutto estranea nello scatenamento degl'istinti più bassi dell'uomo, di che abbiam veduto, e tuttora vediamo, i leggiadri risultati. Noi non ci occuperemo, in quella vece, che di ciò ch'è bello, di ciò ch'è festa dello spirito, di ciò che eleva a sfere donde lecito guardare con molta commiserazione il fosco arrovellio dei turpi e turpiciattoli che si dimenano sulla feroce aiuola. A parlar proprio, sarà, la nostra, una rivista di poesia, intesa la parola nel senso più lato. Ci è conforto il notare che non è, questa nostra, la sola voce che in difesa della poesia siasi levata negli ultimi tempi: a Roma e a Palermo, a Torino e a Napoli, a Venezia e a Catania, a Bari e a Viareggio, per non dir d'altro, abbiamo veduto nascere riviste e rivistine che ci piace riconoscere consorelle, poco più che coetanee. Non è in noi alcuna grettezza di bottega, come s'addice del resto a chi ama la più disinteressata delle manifestazioni, la poesia per l'appunto; e saremo dunque felici di seguire additare aiutare l'opera di questi periodici, ai quali veniamo oggi ad affiancarci. La presenza loro e nostra vale, oltre tutto, come un sintomo; e sintomo, osiamo dire, importante: l'insopprimibile necessita della poesia. Se tutti i popoli, anche i più primitivi, e in tutti gli evi, anche nei più bui, hanno sentito questo bisogno; se una sua rozza poesia possiede l'eschimese coperto di pelli d'orso bianco e l'indiano delle foreste vergini tatuato di rucù; se al verso di Mimnermo o di Saffo, onusto di duemilacinquecento anni, risponde il verso di Jules Supervielle o di Juana Ibarbourou, fresco di oggi; se la poesia sopravvive, come la religione, a tutte le catastrofi, a tutte le guerre, a tutte le rivoluzioni, a tutte le nefandezze; non devesi concludere ch'è veramente, essa, una necessità, una << condizione umana >>,. come il respirare, e, in pari tempo, un ineffabile presentimento del divino?
Oggi, in tanta miseria materiale morale, in tanto sfacelo di valori, teniamo per fermo che il bisogno di poesia è più che mai impellente: come di farmaco che ci risollevi, che ci permetta di sperare ancora, e ad onta di tutto, nell'uomo, del quale siamo stati costretti a scoprire con ribrezzo misto a paura, sotto l'involucro d'ipocrisia, le stimmate orrende della belva. Diremo, come per transito, che se i potenti della terra avessero al par di noi amato la poesia, che affina e ingentilisce, anziché la loro belluina brama di potere e di lucro, la terra non sarebbe stata dilaniata dal cataclisma di cui noi siamo i rattristati superstiti ? Ingenuo miraggio, ahimè, che non può avverarsi che nelle fiabe e del quale, non v'ha dubbio, i potenti futuri a lor capriccio rifaranno strazio. Ciò non toglie che della poesia, fin che duriamo a respirare, noi si senta il bisogno e financo il diritto. Dopo cotesti presupposti etici, tu ci chiederai, lettore benevolo, qualche lume circa il nostro indirizzo. A rispetto di ciò, ti vogliamo dire subito che Misura sorge con il preciso scopo di servire una letteratura di modernità soda e sana, aliena da quelle che si dicevano una volta le fumisteries per epater le bourgeois, e volta ad una chiarezza che piace chiamare italiana perché ambizione e retaggio di sette secoli di letteratura nostra. Sappiamo bene che vive e leva il grido anche cert'altra letteratura la quale appunto la chiarezza spregia e tiene per volgare, compiendo suoi misteriosi offici sull'altare dell'incomprensibile, dietro fumate di arcano, con cifrario per soli iniziati; letteratura o poesia che s'è convenuto di chiamare ermetica, e i cui catecumeni succhiarono ieri alle mammelle del fascismo ufficiale con la stessa foga con cui disperatamente s'aggrappano oggi all'onniaccogliente salvagente delle sponde rosse... Noi sorridiamo e siamo disposti a riconoscere, al di sopra di tutti i più sconcertanti voltafaccia, l'ingegno ch'è nei migliori di quella tendenza, ed anche la poesia quando toccano poesia, ossia quando, come spesso occorre, essi dimenticano d'essere ermetici. Daremo prova, in ciò, di quanto noi detestiamo quel settarismo che purtroppo è loro segno di riconoscimento. Settarismo ? Chi scrive le presenti righe ebbe a definire, altrove, questa malattia, il bisogno morboso di acchiocciolarsi nella chiesuola, nella cappella, di sprangare ferocemente ogni accesso, di non scatenacciar la botola che all'adepto della setta, e semprecchè non abbia dimenticato l'ultima parola d'ordine. Rabbiosa insofferenza di tutto ciò ch'è al di fuori del clan: i cinque, o dieci, o trenta della combutta ? tutti tabù, tutti Eletti da portare in qualunque modo, in qualsivoglia circostanza, a qualsiasi costo,--fino al settimo cielo--e la consegna: non si sgarra!--anche se non si tratti che di balorda zavorra, buona appena da seminare in volo. Gli altri al di fuori del fatidico cartello << Vietato l'ingresso a chi non appartiene al lavoro >> ? si rivelassero pure Alighieri redivivi, Leopardi reincarnati. Scrivessero pure I Sepolcri o gl'Inni Sacri, la loro sorte è decisa a priori sulle inflessibili lavagne dei << settaristi >>: essi non esiteranno, saranno zero a perpetuità, o, tutt'al più, teste da massacro, bell'e predestinate. Perché a questo si aggiunge. il satellite, l'infimo ribiasciatore della cifra in auge, nella setta ha da esser proclamato un dio, di fronte al poeta più grande, reo di non appartenere alla setta stessa.
Manca, insomma, quel senso di convivenza letteraria che dovrebbe essere di regola fra persone bennate: tu concepisci la poesia in un dato modo, io la concepisco in quest'altro modo: è ragione sufficiente per odiarci? o non piuttosto per maggiormente e vicendevolmente stimarci, poi che, ciò vuol dire, almeno, che non ci scimmiottiamo l'un l'altro ? << Si je diffère de toi, loin de te lèser, je t'augmente >>, ha detto Saint-Exupéry, in una formula lapidaria che dovrebbero non dimenticare mai i partiti, in arte come in politica.
Misura, titolo che si permette l'orgoglio di contenere un programma, che conosce l'incalcolabile valore dei limiti, benché a nostra sigla abbiamo poi scelto il marinaresco sestante, e cioè un contatto con gli astri e con l'oceano, due infiniti come infinita è la poesia; Misura che implica un senso di armonia, criterio, buon gusto, dignità, discrezione; Misura sarà là, appunto, per equilibrare, per dire una parola onesta, per sostenere i valori dove e quali sieno, al di fuori di ogni settarismo.
Non ci resta a spendere che un'ultima parola, però chiara, a proposito di quello che sarà il carattere internazionale, in pari tempo che italiano, di questa rivista. Sia detto subito che il nostro sestante ci guiderà in ricognizione per mari e verso terre d'altre longitudini e d'altre latitudini. Noi non saremo rinchiusi in quella stolida xenofobia ch'era imperativo del regime d'impero da operetta. Noi accosteremo conosceremo onoreremo scrittori e poeti francesi e spagnoli, inglesi e russi, belgi e greci, statunitensi e cinesi, uruguayani e haitiani, egiziani e madagascariani; con quella solidarietà in nome della poesia ch'è forse, dopo la religione, la forma più pura d' << internazionale >>. Come non chiederemo ai nostri collaboratori di che colore sia la tessera che hanno in tasca, anzi nemmeno vorremo sapere se una tessera abbiano in tasca, tranne quella dell'ingegno e dell'onestà, così non saremo certo noi a scandolezzarci se il colore della pelle di questo o quel poeta che accoglieremo, ansi che cercheremo, ci apparirà negro o giallo, oliva o marrone. Ma ponendo a contatto dei poeti di quei remoti Paesi i poeti nostrani, noi abbiamo coscienza di compiere missione squisitamente italiana, di quell'italianità ch'è eterna perché al di fuori e al di sopra di tutte le effimere contingenze politiche. Né è forse senza significato che a dirigere questa Misura sia stato chiamato chi, per nove anni, e proprio fino all'infausto giugno 1940 guidò in Parigi le sorti di quella rivista bilingue << Dante >>, la quale compiva analoga opera d'internazionalismo letterario, puro, disinteressato, apolitico, sempre eroicamente resistendo, in fiera ma indipendente povertà, alle lusinghe di un regime che voleva farne, e mai ci riuscì, suo docile strumento politico.
Non siamo avvezzi, noi, a curvare la schiena; e, a tal riguardo, ci sia permesso un ricordo personale. S'era al tempo della maggior caldana fascista, quando un letterato poteva pubblicare dal Vallecchi, editore dello stato maggiore pavoliniano, certo mastodontico panorama delle riviste italiane dal I900 in su (La ventura delle riviste), nel quale in cinquecento e più pagine, dove putacaso una ventina erano dedicate ad un... Campo di Marte, nemmeno una riga era spesa per quarant'anni di vita de La Critica di Benedetto Croce, e dove, per colmo, il grande filosofo era menzionato appena appena di straforo, con una beffarda quanto ingenua inversione del nome: Croce Benedetto; a guisa che si potrebbe chiamare una reclutato... un candidato elettorale! Ebbene: rispondemmo noi con il correttivo d'un contro-panorama, e poiché anche di letteratura era pur mestiere scrivere in riviste fasciste, rispondendo proprio nella rivista di un Istituto di Cultura Fascista (Termini di Fiume), non ci peritammo di aprire la nostra rassegna, né più né meno che con il rendere doveroso omaggio a Benedetto Croce e a La Critica. Il direttore di Termini -- fissiamone il nome: Giuseppe Gerini, gentile poeta di cui ignoriamo purtroppo la sorte -- ebbe il buon gusto di non mutilare nemmeno una virgola, e mentiremmo se dicessimo che fummo, per quel crimine di leso fascismo, mandati al confino: il che dimostra, fra parentesi, che vale la pena qualche volta di non fare i leccapiattini e di avere il coraggio delle proprie opinioni.
Con analoga fierezza e indipendenza, noi condurremo la nostra campagna per la... Misura, in arte e nel resto. E poi che ci è caduto dalla penna il nome insigne di Benedetto Croce, al quale ci piace rivolgere in occasione dei suoi ottant'anni il nostro saluto più deferente di studiosi e di italiani, ci sia permesso--in quest'era nuova di girella e voltagabbana--guardare al multilustre Maestro della cultura italiana come a quel superiore esempio di coerenza, di galantomismo, e non soltanto letterario, al quale si conformano forse tutte le nostre azioni e, ad ogni modo, tutte le nostre più tenaci aspirazioni.
Misura