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Modificato il 10 dicembre 2011

Il Liberty

La terra bergamasca è ricca di fonti, alcune di uso antico, altre valorizzate più di recente. Fra queste la fonte di San Pellegrino diviene la più famosa, ponendosi con un preciso risalto anche tra le altre acque dell’arco alpino e via via guadagnando una rinomanza particolarmente significativa.
Alla storia dell’acqua si lega direttamente anche la storia del luogo che la produce: il luogo come condizione predisponente, il luogo come espressione dell’evoluzione dell’uso e, nello specifico, il luogo nel progressivo configurarsi di una vera e propria “ville d’eaux”.
Note sicuramente ab antiquo, citata in testi del Cinquecento (l’ “amarus fons” di A. Muzio) le acque di San Pellegrino risultano sfruttate in modo sistematico a scopo curativo dal secolo XVIII. Nel 1766 il proprietario del terreno della fonte, costruisce un casello fornito di sedili e di una vasca di legno, inalveandovi una delle polle della sorgente. Si tratta del primo artefatto che fissa nella fisicità del costruito l’elemento che genererà nel tempo una pluralità di convergenze e cambierà l’assetto e la struttura insediativa del tratto di fondovalle interessato.
L’Ottocento è il secolo della progressiva conformazione della realtà termale, con una interessante dialettica tra privato e pubblico.
La stagione delle trasformazioni più intense e caratterizzanti sarà però quella tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Ciò, mentre rimanda allo scenario generale del termalismo, declinato nella stagione della sua migliore fortuna, in rapporto con le abitudini sociali di un’epoca e con la particolare affermazione di una speciale forma di turismo, rimanda in particolar modo a una stagione del gusto che trova espressione nel Liberty.
E torna alla mente una geografia dei luoghi, in Italia e fuori d’Italia, dove alla presenza di particolari condizioni di natura (acque, acque calde, fanghi,…) si associa una speciale forma d’uso e di valorizzazione che si traduce in edifici rispondenti a precise funzioni, alcune rivolte a fini terapeutici, altre indotte, a fini di “loisir”, edifici, anche molto vistosi, che qualificano in modo proprio i luoghi stessi: questi possono essere chiamati “città termali” non solo per la presenza effettiva delle terme e degli annessi, ma anche per il volto urbanistico e architettonico.
Il caso di San Pellegrino, entro tale scenario, risulta tutt’affatto secondario, per il tempo di affermazione, per la consistenza degli esiti, per la qualità degli esiti.
Utile il richiamo al sito topografico, dentro una precisa sezione della valle, e alla storia della sua valorizzazione in relazione con la posizione geografica: il rapporto con Bergamo e in particolare il rapporto con Milano. Potremmo dire che, per un certo verso, la città termale di San Pellegrino è un prodotto di Milano, metafora che allude all’estensione di scala per spiegare la sua espressione e la sua affermazione.
L’anno di svolta è il 1899 (da qui parte quella che potremmo chiamare l’invenzione o quantomeno la reinvenzione di S. Pellegrino): è la data di inizio dell’incremento delle terme e degli sviluppi architettonici e urbanistici. E sappiamo quanto sia accaduto, quanto si sia realizzato nel primo decennio del nuovo secolo (anzi, potremmo dire entro il 1907: dal Casinò alla Ferrovia).
Un altro aspetto che merita di essere messo in evidenza, per come si connette alla storia dell’affermazione, e per come poi si sarebbe legato ai successivi sviluppi, è il binomio “terme-industria delle acque”. Anche questo rapporto data del 1899. Per un certo tempo i soggetti del rapporto – terme e industria – procedono di pari passo, condividono i successi. Via via, poi, si sviluppa un processo sostitutivo: dalle terme all’industria delle acque, con affermazione che sappiamo non circoscritta ai luoghi originari, ma aperta su scala mondiale.
La riflessione sulla stagione migliore porta a riconoscere la definizione di una straordinaria dotazione artistico-monumentale: potremmo riconoscere un vero e proprio “heritage” connesso all’uso e alla valorizzazione delle acque, “heritage” cospicuo per quantità e qualità e conservatosi anche nel suo complesso.
Al declino del termalismo, comune peraltro alle altre località pure famose, si accompagna un nuovo modo di porsi, un mutamento di forme, di pubblico, non senza esposizione a rischio di alcuni dei monumenti più significativi, di non pochi elementi di connessione o di insieme.
La riflessione sul presente non può non rivolgersi anche agli aspetti problematici, relativi alla comprensione del valore del patrimonio monumentale e artistico, che seppur vedendo venir meno le funzioni, risulta preziosa come testimonianza di un’epoca e di una cultura, come tratto divenuto distintivo della personalità del luogo, come dotazione di potenzialità da reinvestire, da reimmetere in un programma di futuro.
Risaltano, peraltro, precise potenzialità, legate a una valorizzazione della posizione geografica (la Valle, Bergamo, la Lombardia), legate a una scelta orientata in modo forte sul turismo con privilegio dichiarato per la qualità, legate al parallelismo, non spento ma passibile di rinvigorimento, tra città termale e industria: il rapporto di contiguità, per alcuni aspetti di identificazione con l’industria delle acque è sicuramente fecondo.
La coscienza dei punti di crisi e delle potenzialità, da parte della stessa comunità locale, la volontà di produrre condizioni di qualità, anche di qualità urbana, in coerenza con l’eredità storica, l’impegno per costruire strategie di rilancio attraverso percorsi praticabili per forza intrinseca e per consenso sociale, consentono di pensare che la stessa stagione che stiamo vivendo – seppure con tutte le difficoltà immaginabili – è carica di futuro.

A cura del Prof. Lelio Pagani


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